‘Alternanza scuola-lavoro’: un programma utile o dannoso?

Una valida occasione per aiutare i giovani ad approcciarsi con il mondo del lavoro. Tuttavia, il progetto presenta ancora delle gravi carenze strutturali.

L’alternanza scuola-lavoro è un progetto grazie al quale tutti gli studenti che frequentano le scuole superiori, dal terzo anno in su, sono tenuti a svolgere un periodo di tirocinio in un’azienda che la scuola sceglie per loro. Il governo ha deciso di attivare questi stage obbligatori con l’intenzione di avvicinare i giovani al mondo del lavoro, per fare acquisire loro conoscenze più pratiche e renderli più competitivi sul mercato europeo. Il progetto specifica chiaramente che il ruolo dello studente non deve essere assimilato a quello del lavoratore, bensì a colui che è in quel luogo per apprendere competenze coerenti con il percorso di studi scelto. La Buona Scuola ha puntato molto su questo progetto con la speranza di abbassare questo ormai tristemente stabile 46% di soglia di disoccupazione giovanile. Da quest’anno ogni studente dell’Itis dovrà partecipare a 400 ore di stage e ogni studente liceale nell’arco del triennio dovrà impiegare 200 ore per imparare un mestiere. Alla base del programma c’è lo stanziamento di 45 milioni di euro per 60 progetti di laboratori territoriali: tutte attività da svolgere in orario extrascolastico e per abituare i giovani al lavoro.

Come indicato dal Miur, per quest’anno è aumentato il numero delle strutture private, delle organizzazioni e degli enti pubblici, che hanno firmato un accordo con il Ministero per ospitare i ragazzi durante il periodo di stage. Tuttavia, tra le criticità riscontrabili in un simile progetto emerge ancora la scarsa partecipazione di aziende pronte ad accogliere gli studenti. Sotto questo aspetto, si nota una sensibile discrepanza tra nord e sud del paese. Mentre in diversi territori del nord hanno aderito al programma grandi imprese e associazioni, non vale lo stesso per il sud, dove la richiesta di giovani è stata spesso subita passivamente. Il problema riguarda anche la scarsa partecipazione delle istituzioni del Lavoro che rimangono ai margini di tutto l’iter di sviluppo del progetto e sempre nella forma di autonome iniziative locali. Ciò che la politica sembra non tenere in considerazione è che solo le grandi imprese, che quantificate rappresentano l’equivalente del 25% della forza lavoro in Italia, hanno una strategia ben definita di amministrazione e gestione del personale, mentre tutte le aziende più piccole, che assorbono il 75% della popolazione lavorativa, non hanno un presidio strutturato per la gestione delle risorse umane, in particolare per i lavoratori, figuriamoci per i tirocinanti. La figura del tutor che dovrebbe accompagnare e seguire il giovane durante il processo di inserimento nel mondo aziendale non possiede il più delle volte dei requisiti giusti per farlo, soprattutto perché non è una figura “pensata” per poter fornire un supporto psicologico nell’incontro tra giovane e impresa.

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Se gli intenti del progetto sono all’apparenza validi, fino ad ora è mancata una strategia integrata tra le competenze del Miur e del Ministero del Lavoro, tale da permette alle imprese di agire nella direzione giusta per la preparazione e la crescita dei giovani studenti. Sembra che non venga presa in considerazione l’opportunità di avere un giovane con idee innovative che potrebbero essere una risorsa per l’impresa. Per di più, da quanto è emerso nei giorni scorsi, l’alternanza scuola-lavoro avrebbe anche un costo, non per le imprese o per lo Stato, bensì per gli studenti. La denuncia è arrivata dall’Unione degli Studenti che hanno raccolto dati provenienti da un campione di 15mila alunni di licei e istituti di Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Toscana, Abruzzo, Sardegna, Sicilia, Campania e Puglia. Secondo i dati raccolti, gli studenti avrebbero dovuto coprire le spese di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro e si sono verificati anche casi in cui gli studenti hanno dovuto cercare autonomamente l’impresa in cui andare a svolgere il tirocinio obbligatorio.

I problemi ci sono e ci si chiede, intanto, se si possa migliorare questo percorso o se ormai  si tratti invece di una buona occasione sprecata.

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