Ddl Lorenzin: al via la riforma degli ordini delle professioni sanitarie

Il 9 ottobre è stato presentato in Aula il disegno di legge n. 3868, che stabilisce il riordino delle professioni sanitarie.

È di qualche giorno fa la notizia che la Commissione Affari Sociali della Camera ha concluso l’esame degli emendamenti al Ddl Lorenzin, che riscrive le norme sul trial clinico, ordini professionali e nuove professioni sanitarie. Dopo quasi dieci anni di stallo, viene approvato un disegno di legge, rivisto e modificato in più occasioni e che il 9 ottobre di quest’anno è giunto in Parlamento per la sua approvazione definitiva.

Quali sono i punti principali del Ddl Lorenzin?

  • I collegi diventano ordini, a livello provinciale ed interprovinciale; si prevedono, tuttavia, anche le federazioni regionali, oltre a quella nazionale. Quest’ultima sarà composta da 15 membri invece di 7 ed è prevista una quota rosa; il mandato non durerà più tre anni, ma quattro e verrà introdotto anche il vincolo di mandato;
  • cambiano le modalità di voto degli ordini. Si potrà votare anche in più sedi, in ospedale e anche online. Il presidente di seggio non sarà più il presidente uscente, ma verrà scelto tra tre iscritti all’ordine selezionati ad estrazione. Secondo la senatrice Silvestro “i cambiamenti programmati in merito alle modalità di voto sono molto importanti in quanto, oltre ad aumentare la partecipazione democratica al voto, conseguenza dell’aumento dei seggi, viene finalmente superata l’anomalia del presidente uscente che è anche presidente di seggio e questo rende trasparente le operazioni”;
  • dopo molte polemiche, viene giuridicamente superato il titolo di “infermiere professionale”. La Federazione nazionale Ipasvi, a cui sono iscritti oltre 440mila infermieri che operano in tutta Italia, ha reagito molto positivamente a questi cambiamenti, sottolineando che gli infermieri sono ormai da decine di anni professionisti laureati e non ha per questo più senso mantenere separati collegi e ordini per delineare forme di rappresentanza professionali e di iscrizione agli albi: gli infermieri, esattamente come altre professioni, hanno bisogno di una tutela ordinistica. Con l’applicazione del testo di legge, la tutela arriverebbe non soltanto per i professionisti in questione, ma anche per i cittadini, che sarebbero sicuri di essere assistiti da personale qualificato e non da abusivi;
  • l’Oss entra a pieno diritto nell’area delle professioni socio sanitarie. All’interno dell’area delle professioni socio sanitarie vengono inseriti, per l’appunto, Oss, assistenti sociali, educatori professionali e, per la prima volta nel settore, la figura del sociologo. Gli Oss saranno riconosciuti all’interno dei nuovi profili professionali sociosanitari e riceveranno una nuova formazione, che verrà poi stabilita con un decreto ad hoc del Miur. Un successivo accordo stipulato in sede di Conferenza Stato Regioni stabilirà poi i criteri per il riconoscimento dei titoli equipollenti. Se verranno stabiliti nuovi percorsi di formazione per chi vuole intraprendere la professione di Oss, niente dovrebbe cambiare, a livello formativo, per chi già svolge questa professione;
  • con l’art. 4 del Ddl, ovvero quello che riguarda la Riforma degli Ordini e le Sperimentazioni Cliniche, si individua anche l’osteopatia come professione sanitaria. “Si tratta di un importante risultato dopo oltre tre anni di lavoro e impegno – ha dichiarato Paola Sciomachen, Presidente del Registro degli Osteopati d’Italia (Roi) -. Con questo articolo, l’osteopatia si avvia ad entrare a pieno titolo tra le professioni sanitarie e la strada per il riconoscimento è finalmente tracciata: ora si tratta di seguire il nuovo iter previsto per l’istituzione delle professioni sanitarie”. (QuotidianoSanità.it)
  • oltre al riordino delle professioni, il Ddl introduce norme innovative che contribuiranno a garantire i gruppi di ricerca pubblici e i progetti di sperimentazione, in accordo con le case farmaceutiche. Le ricerche pubbliche verranno favorite da contributi versati direttamente a favore del Fondo per la ricerca pubblica; altrettanto vale per la brevettabilità della ricerca no profit, dal 2004 non più brevettabile, quindi non sviluppabile e che spesso è fin troppo relegata ad una funzione solo teorica.

 

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