Stress e ansia da lavoro: in Italia il problema è sempre più sentito

Condizioni di precarietà e difficoltà di immaginare un futuro stabile creano ansia e disagio nei lavoratori italiani. 

Che il lavoro sia stressante lo si sa da sempre. Tuttavia, i risultati dell’indagine Eurispes 2013 sul modo di affrontare il lavoro da parte degli italiani traccia un quadro piuttosto allarmante di un Paese con un alto tasso di disoccupazione e una riforma del lavoro che non è stata in grado di dare risposte adeguate alla situazione attuale. La precarietà e l’incertezza nei confronti del futuro aumentano lo stress e l’ansia sul posto di lavoro. Anche se per fortuna non esiste ancora la forte paura di perdere il lavoro, il 61,3% dei lavoratori ha un impiego con reddito insufficiente, tale da non poter far fronte a scelte importanti, come il mutuo di una casa o l’automobile, né di fare progetti per il futuro. Il 53,5% delle persone non è più in grado di garantire una sicurezza economica alla famiglia con il solo proprio reddito e la famiglia d’origine, genitori e parenti, si riconfermano anche quest’anno come il più grande ammortizzatore sociale.

In un quadro di demoralizzazione generale e di timore per un futuro fatto di precarietà e di mancanza di certezze, non c’è da stupirsi se lo stress da lavoro riguardi circa il 92% dei lavoratori, pur con modalità differenti. Solamente un 8% dei lavoratori dichiara di non essere sottoposto a stress sul luogo di lavoro. Le principali fonti di stress vengono da:

  • Mole di lavoro eccessiva: se c’è troppo lavoro, il tempo di portarlo a termine è piuttosto scarso. Ciò potrebbe causare tensione o stati di ansia.
  • Incertezza dei ruoli ricoperti: nei casi in cui ci sono vi sono più persone a lavorare insieme, la definizione netta dei ruoli è fondamentale. Poca chiarezza potrebbe portare a liti e fraintendimenti, di cui risentirebbe l’intero gruppo di lavoro e l’azienda stessa.
  • Pressione da parte dei superiori: spesso in un ambiente lavorativo c’è qualcuno al vertice che assume un certo potere e che non sostiene i propri dipendenti, bensì li critica incrementando stati conflittuali. Le critiche potrebbero condurre a un calo dell’autostima.
  • Conflittualità con i colleghi: ciò incrementa tensioni che ostacolano la cooperazione. Questo potrebbe inoltre provocare il fenomeno dell’assenteismo del personale che, per evitare conflitti e litigi potrebbe tendere ad usare delle scuse per non recarsi a lavoro.
  • Ambiente di lavoro inadeguato e poco confortevole: gli strumenti e i luoghi lavorativi poco adatti rallentano il lavoro e abbassano il tono dell’umore del personale.
  • Inadeguatezza del ruolo assunto: può verificarsi che ad un lavoratore venga data una mansione di cui è inesperto o che si trovi nella posizione di avere un superiore con scarsa capacità di leadership, che rallenta il suo lavoro considerevolmente.
  • Mobilità, trasferimenti: non consentono una stabilità personale e possono provocare malcontenti nella vita di tutti i giorni.
  • Mobbing: prepotenze e violenze psicologiche protratte nel tempo verso chi è più debole e non è in grado di difendersi.

L’insicurezza di mantenere il posto di lavoro è motivo di stress per il 79,4% dei precari. Da un interessante studio condotto sulla situazione del nostro Paese, è emerso che esistono delle differenze tra uomini e donne nell’affrontare e metabolizzare lo stress sul lavoro. Gli uomini risulterebbero più deboli perché non vengono generalmente colpiti a livello personale, ma su quello lavorativo e sulla qualità delle loro performance. Le donne, al contrario, vengono colpite più sul livello personale, soprattutto a causa della maternità e per il riposizionamento nell’azienda.

Un documento ministeriale del 2010 ha messo in evidenza la necessità di agire sullo stress da lavoro cercando di avviare un percorso di riflessione e di azione per il miglioramento del benessere all’interno dell’intero sistema del lavoro. Ad oggi, tutte le azioni intraprese e i consulenti chiamati in causa non hanno riportato i risultati sperati. I datori di lavoro sono giuridicamente obbligati a tutelare la salute e la sicurezza dei loro dipendenti, per questo sono tenuti ad individuare le cause dello stress legato al lavoro e ad adottare misure preventive per prevenire ogni forma di disagio. Questo però non sempre avviene, o meglio non avviene in misura articolata e soddisfacente, soprattutto nel contesto del nostro Paese. Occorre tener presente che spesso lo stress viene recepito a livello aziendale come qualcosa di positivo, come un stimolo che spinge continuamente a fare meglio. Mentre lo stress limitato ad un determinato periodo può essere effettivamente considerato come uno stimolo, c’è da dire che lo stress prolungato è nocivo e in quanto tale combattuto.

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